p 46 .


Paragrafo 1 . Le condizioni economiche e i rapporti sociali.


Anche  l'Italia,  come  gli  altri paesi europei,  usc  dalla  guerra
duramente provata. Notevole era stato il salasso demografico:  650.000
morti  e  pi  di  900.000  feriti e invalidi (su  5.500.000  militari
mobilitati),  cui si aggiunsero 600.000 vittime della  spagnola  (vedi
capitolo  Tre, paragrafo 1). La situazione economica era assai  grave:
il  disavanzo  del bilancio statale era pesantissimo, la riconversione
dell'apparato  industriale stentava a prendere il via,  la  produzione
agraria  era  nettamente insufficiente al fabbisogno del paese,  tanto
che  molti prodotti dovevano essere importati; alla disoccupazione  si
sommava la crescita dell'inflazione e dei prezzi.
     L'insieme  di  tutti  questi  fattori  rendeva  assai  misere  le
condizioni  di  vita di gran parte della popolazione;  solo  la  ricca
borghesia  industriale  continuava a vivere nell'agiatezza.  I  grandi
colossi imprenditoriali, infatti, dopo aver accumulato enormi profitti
con le commesse militari (l'Ansaldo aument il proprio capitale dai 30
milioni  di  lire  del  1916 ai 500 del 1918),  vennero  ulteriormente
favoriti dall'abolizione dei controlli statali sulla produzione, dalla
minore concorrenza dei paesi sconfitti, in particolare della Germania,
e  dalla stessa inflazione, che consentiva loro di ammortizzare sia  i
debiti  contratti  con le banche, sia gli aumenti  salariali  concessi
agli  operai. Economicamente rafforzata, la ricca borghesia esercitava
anche  un  notevole  peso politico, cercando di  orientare  i  governi
liberali  verso una politica estera non rinunciataria ed una  politica
interna pi autoritaria.
     Sulle  masse  popolari la crisi del dopoguerra si  abbatt  assai
pesantemente. Molto elevato era il numero dei disoccupati e  i  salari
erano  spesso  inadeguati al costo della vita,  tanto  che  moltissime
famiglie   erano   costrette  ai  limiti  della  sopravvivenza.   Alla
disperazione  per le durissime condizioni di vita si un la  delusione
per la mancata attuazione delle riforme; il tutto sfoci
     
     p 47 .
     
     in  una serie di proteste ed agitazioni e in una vasta ondata  di
scioperi in tutto il paese. L'ampiezza della mobilitazione, per,  non
era accompagnata da collegamenti tra le varie categorie n da unit di
intenti. Gli operai, specialmente quelli del triangolo industriale, il
territorio compreso tra Milano, Torino e Genova, erano pi compatti e,
sotto   l'influsso   del  partito  socialista  e   della   rivoluzione
bolscevica, avanzavano rivendicazioni di carattere non solo  economico
ma  anche politico. All'interno del mondo contadino analoghe richieste
provenivano solo da una parte dei braccianti, in particolare da quelli
della  pianura padana, anch'essi legati al partito socialista  e  alle
organizzazioni  sindacali;  gli  affittuari  si  limitavano  invece  a
chiedere   la  proroga  dei  contratti,  i  mezzadri  una   pi   equa
distribuzione  dei  prodotti, i contadini  delle  regioni  meridionali
l'assegnazione delle terre incolte, i piccoli proprietari una  riforma
che rafforzasse la loro posizione.
     L'aumento  del  costo  della  vita  colpiva  duramente  anche  la
piccola  e  media  borghesia, formata in gran parte  da  lavoratori  a
reddito  fisso. Al peggioramento delle condizioni economiche si  univa
spesso  la perdita di prestigio sociale. Era questo il caso  degli  ex
ufficiali  subalterni, quasi tutti provenienti  dal  ceto  medio,  che
avevano  occupato  posti di comando o comunque  privilegiati  rispetto
alla massa dei combattenti. La frustrazione originata dalla perdita di
status  economico  e  sociale era accentuata dalla  delusione  per  la
politica  estera dei governi liberali del primo dopoguerra,  giudicata
debole  e arrendevole a causa di quella che era definita una "vittoria
mutilata", cio senza acquisizioni territoriali n vantaggi economici.
     Le  classi  medie  avevano in comune con  le  masse  popolari  il
risentimento  nei  confronti della grande  borghesia,  in  particolare
verso  quelle categorie che avevano realizzato enormi profitti  e  che
venivano significativamente definite "pescecani di guerra". Al  di  l
di  questa comune indignazione prevalevano per i motivi di divisione.
La  piccola  e  media borghesia, infatti, miravano alla  restaurazione
delle  gerarchie  sociali  per  recuperare  le  posizioni  perdute  e,
pertanto, erano preoccupate dalla vasta mobilitazione degli  operai  e
dei  contadini  e  decisamente ostili ad una trasformazione  in  senso
socialista della societ. Presso le masse popolari inoltre era diffusa
una  valutazione  negativa  della guerra e  di  coloro  che  l'avevano
voluta,  mentre  le  classi  medie erano ancora  legate  all'ideologia
interventista.  La  frustrazione,  l'insofferenza  verso   la   classe
dirigente   liberale,  il  risentimento  nei  confronti  della   ricca
borghesia e l'avversione verso le masse popolari, uniti all'assenza di
una  coscienza  di classe, erano causa di ambiguit e disorientamento.
Tutto ci, come vedremo, render le classi medie generalmente disposte
ad  accettare  trasformazioni politiche anche  in  senso  autoritario,
purch tali da soddisfare le loro aspirazioni economiche e sociali.
